Inserito da: giaele | 4 Luglio 2009

Este verano…

Yo voy a ir a Santiago, también…

santiago moneda

santiago

Inserito da: giaele | 28 Giugno 2009

Dubbi e certezze

Gli antichi chiamavano κρίσις la capacità degli esseri umani di discutere e di discernere, usando il proprio spirito critico; servirsi di εἰρωνεία, specialmente in senso socratico, significava porsi domande ed evitare di tranciare sentenze irrispettose della sensibilità altrui. Oggi questi termini (crisi e ironia) hanno cambiato significato nel lessico comune; ma nella loro essenza resta l’eco della cultura classica in cui sono nati.

Terenzio diceva: Homo sum, humani nihil a me alienum puto, ribadendo che sopra ogni altra cosa sta il rispetto dell’umanità insita in ogni persona.  Sofocle faceva combattere la giovane Antigone in nome delle leggi non scritte: i valori universali di amore e devozione che rendono l’uomo degno di questo nome.

In sostanza, di fronte alla complessità dell’animo umano e delle sofferenze altrui, il modo più equilibrato di porsi è il dubbio. Un dubbio pieno di carità e lontano dal grossolano  giustizialismo moralistico assuefatto al potere intollerante e al cieco integralismo in nome del quale gli uomini commettono le atrocità peggiori, impugnando come alibi la religione e la strumentale interpretazione della (presunta) volontà di Dio.

Negli ultimi giorni mi sono trovata a riflettere (nelle parole e nei fatti) su una questione che coinvolgeva un’altra persona (peraltro molto giovane), con i suoi errori e la sua fragilità ma anche con la sua intelligenza, il suo orgoglio e il suo disperato bisogno di comunicare – in modo indiretto e paradossale – il proprio disagio. Spero di essere riuscita a far riflettere anche altre persone (pienamente adulte) sulla necessità, di fronte a certi drammi e a certe problematiche, di cercare una dialettica rispettosa della dignità altrui, di mettere in discussione le proprie granitiche certezze, spesso basate non su prove realistiche ma su (pre)giudizi sommari. Il che non significa giustificare tutto o non essere rigorosi; anzi. Ma significa, pur nel rispetto delle regole, imparare a mettersi nei panni degli altri e assumere un altro punto di vista. Specialmente quando si lavora nel campo dell’insegnamento e dell’educazione.

Come cambia il punto di vista: planisfero visto dagli Australiani

Come cambia il punto di vista: planisfero visto dagli Australiani

Dopo questo episodio, ho capito che era arrivato il momento giusto di vedere un film che al cinema mi ero persa e che non avevo ancora avuto la predisposizione mentale (oltre, ovviamente, al tempo) di vedere.

Questo film è Il dubbio.

L’ho visto. Un capolavoro. Non credete a chi vi dice che, quando il film finisce, si resta con il dubbio che il protagonista sia o meno un prete pedofilo. Piuttosto, leggete questa recensione scritta da Roberto Escobar per Il Sole 24 ore l’8 febbraio 2009.

Nell’ultimo bel film di Shanley si racconta la storia di padre Flynn, coinvolto negli anni ‘60 in una storia di pedofilia. Vera o presunta?

È o non è colpevole, padre Brendan Flynn (Philip Seymour Hoffman)? Questa è, o sembra, la domanda che dà senso a Il dubbio (Doubt, Usa, 2008, 104′). Sorella Aloysius Beauvier (Meryl Streep), preside della scuola di St. Nicholas, nel Bronx, sospetta che il prete abbia abusato di Donald Miller (Joseph Foster). Donald è il solo allievo afroamericano. Forse per questo, per proteggerlo, padre Brendan gli dimostra affetto. O forse ha altre mire.

Girato e scritto da John Patrick Shanley, il film è ambientato nel 1964. Da un anno è stato ucciso John Kennedy, e da due è iniziato il Concilio Vaticano II. Padre Brendan è un prete conciliare, mentre Sorella Aloysius è rigidamente conservatrice. Lo è anche per l’uso della penna biro al posto della stilografica. Con la biro – dice alla giovane e dolce sorella James (Amy Adams) – i ragazzi premono sul foglio, e scrivono male. Di questo passo, commenta, che fine farà la calligrafia? La preside della scuola di St. Nicholas è convinta che il mondo debba restare quel che è, in conformità con un Bene immutabile. A questa certezza dedica tutta se stessa, senza alcuna simpatia per quel che è umano, e dunque imperfetto. Poco importa se questo la induce ad allontanarsi per un tratto di strada da Dio (cioè, a far del male). Quando l’intenzione è retta, spiega a sorella James, lo si fa per suo conto (noi diremmo: nel ruolo di adiutores Dei).

Nient’affatto rigido è invece il suo antagonista. Se lei nasconde lo zucchero nel periodo di quaresima, e poi fatica a rimetterlo in tavola, padre Brendan ne riempie la propria tazza di tè. Sono goloso, le dice. E in queste parole c’è la convinzione che la vita sia più importante di qualunque severità moralistica e punitiva. Non ha certezze, il prete, o almeno non le ostenta. Al contrario, ritiene che perderle, le certezze, apra alla relazione con gli altri. Proprio questo – così dice all’inizio del film, in un’omelia che subito mette in sospetto sorella Aloysius – è accaduto a tutti noi, subito dopo l’assassinio di Kennedy. Disorientati, ci siamo riversati per le strade, e là ci siamo ritrovati gli uni accanto agli altri. Alla fine il dubbio, anche quello relativo alla fede, aiuta a ritrovarsi, appunto. Quanto all’allontanamento da Dio per conto di Dio, certo padre Brendan lo considererebbe non un ritrovarsi, ma un perdersi.

È un film pieno di intelligenza, questo di Shanley. Splendidamente scritto e splendidamente recitato, si dà allo spettatore non come l’enunciazione di una verità, per quanto densa di sfumature, ma come un percorso attraverso psicologie, sensibilità, contraddizioni. Fra la consapevole apertura di padre Brendan e l’altrettanto consapevole chiusura di sorella Aloysius, c’è l’entusiasmo immediato di Sorella James, indifesa quanto basta per farsi influenzare dalla superiora, ma anche pronta a credere con generosità umana alle giustificazioni del prete. A lei, certo non a caso, nei titoli di coda è dedicato Il dubbio. [...] La vita è più complessa, e più tragica, di ogni nostra certezza. A proposito delle nostre certezze, verso la fine del film c’è anche quella che padre Brendan lo sia, colpevole. La pervicacia della suora sembra averlo costretto a confessare, almeno implicitamente. Ha telefonato a una suora di un’altra parrocchia, da cui il prete è stato allontanato, e quella ha confermato. Così sorella Aloysius dice e così noi crediamo sia accaduto. Al prete non resta che firmare una lettera di dimissioni. E a noi non resta che dar retta alla sua accusatrice, senz’ombra di dubbio. D’altra parte, quando tutto s’è compiuto, lei confessa che la telefonata era una bugia: un modo di servire Dio allontanandosi da Dio. Certo, qualcosa ha fatto padre Brendan nel suo passato. Ma che cosa ha davvero fatto? Questa è la domanda, il dubbio più importante del film di Shanley: il dubbio che ora esplode nel cuore della preside della scuola di St. Paul, e che per la prima volta vince la sua rigidità. Piange, la coadiutrice di Dio, e forse inizia a ritrovarsi.

Inserito da: giaele | 26 Giugno 2009

Farrah e Michael

In questi giorni ci lasciano due icone del mondo dello spettacolo: la mitica Charlie’s Angel Farrah Fawcett (scomparsa a 62 anni a causa di un male incurabile) e il tanto geniale quanto controverso Michael Jackson (stroncato da un infarto a soli 50 anni). La bellezza sinuosa della prima e il suo inconfondibile taglio di capelli segnarono un’epoca, così come la sua scelta di farsi ritrarre anche durante le sofferenze della malattia fu apprezzata come gesto di grande dignità; il talento artistico del secondo fece storia, tanto quanto suscitò orrore e disgusto la sua mania di schiarirsi la pelle e rifarsi i connotati (la più assurda tra le sue “follie”), non riuscendo quindi ad accettare se stesso. Tuttavia, più che giudicarlo, è doveroso invece avere compassione, pietas di Jackson, un Peter Pan vittima di dinamiche più grandi di lui.

Farrah Fawcett in una solare foto giovanile

 

Inserito da: giaele | 24 Giugno 2009

Il riposo della guerriera…

Il riposo della guerriera… ;-)

The Valkyre's Vigil (Edward Robert Hughes)

The Valkyre's Vigil (Edward Robert Hughes)

Inserito da: giaele | 20 Giugno 2009

Enigmistica scolastica

Giovedì scorso, agli esami di terza media (oooops! ora bisogna dire “esame conclusivo del primo ciclo d’istruzione” ;-) ), i quattordicenni d’Italia sono stati sottoposti in massa alla prova nazionale INVALSI (Istituto Nazionale per la VALutazione del Sistema educativo d’Istruzione e formazione).

Io sono favorevole a una prova nazionale, ma francamente sono contraria a svolgere tale esame sotto forma di quiz, in cui spesso la fortuna può farla da padrone. Ma è così difficile rendersi conto che 40 domande a risposta multipla non sono e non possono essere un criterio valido per giudicare la preparazione di qualcuno? Trasformare la scuola in una specie di “Chi vuol esser milionario?” non è un modo adeguato per testare le competenze dei ragazzi.

Per esempio, può capitare che alunni bravi, in preda all’ansia da prestazione, commettano errori stupidi nella comprensione del testo, tratti in inganno dalla banalità di certe domande, nelle quali cercano dietrologie inesistenti; o che alunni scarsi azzecchino al 90% (per caso!) le risposte giuste! Per non parlare di quegli alunni svegli ma fannulloni che, rizzando le antenne, ottengono ottimi risultati nella “oggettiva” prova INVALSI, mentre nel resto delle prove tradizionali (composizione scritta di italiano, prova scritta di lingue straniere, prova scritta di matematica, scienze e tecnologia, colloquio orale) dimostrano “realisticamente” la loro ignoranza. Che cosa dovremmo dedurre? Che noi non li sappiamo giudicare correttamente mentre le prove INVALSI sì?!

La cosa che mi infastidisce maggiormente è che le rilevazioni statistiche INVALSI non tengano conto dell’utenza delle scuole, ma facciano di tutte le erbe un fascio (crocettare sullo statino se un alunno è o meno straniero è soltanto una formalità…). Per esempio, se un insegnante lavora in una classe composta per metà di extracomunitari e per l’altra metà di ragazzi “sgarruppati” (salvo poche eccezioni), i risultati cosiddetti “oggettivi” non potranno essere brillanti… Ma magari in tale classe è stato fatto un lavoro serio e durissimo e, rispetto al punto di partenza, i miglioramenti sono considerevoli… Tuttavia, se le percentuali di correttezza nelle risposte al super-quizzone INVALSI risulteranno piuttosto basse, nessuno si compiacerà con il povero docente che è riuscito a cavar sangue dalle rape, bensì giudicherà poco efficace la sua didattica, bollando come incapace lui (o, meglio, la sua povera scuola).

Quindi io ritengo vana la pretesa di “oggettività” che tali quiz a crocette si prefiggono come obiettivo. Penso che l’inghippo sia proprio lessicale. E, com’è noto, in certi casi la forma è anche sostanza. Ciò che va ricercato e promosso nel sistema scolastico non è una valutazione “oggettiva“, ma una valutazione REALISTICA.

Il controllo ci vuole eccome, ma non con questi fittizi trucchetti docimologici; piuttosto, ci vuole controllo a monte: bisogna accertarsi che gli insegnanti svolgano con onestà, rigore, passione e competenza il proprio lavoro. Il che implica, ovviamente, che sia loro consentito di non perdere entusiasmo durante la loro carriera…

Inoltre è necessario osservare una scuola all’interno del contesto socio-culturale del territorio in cui sorge. Per essere davvero realistica, la valutazione deve tenere conto dell’apprendimento come processo e non soltanto come prodotto. L’acquisizione di nozioni non può essere fine a se stessa, ma deve essere funzionale alla costruzione della coscienza culturale e civile dei cittadini di domani.

Oedipus et la Sphinx (Gustave Moreau): la matrice di tutti gli enigmi... ;-)

Oedipus et la Sphinx (Gustave Moreau): il prototipo di tutti gli enigmi... ;-)

Inserito da: giaele | 17 Giugno 2009

Omaggio o plagio?

Controllando le statistiche del mio blog, mi sono accorta che è segnalato un trackback nel seguente sito: http://blog.libero.it/Tuttohaunsenso/7241796.html

Allora sono andata a vederlo e, con grande stupore (misto a una certa inquietudine), ho notato che si tratta di un blog gestito anonimamente da una persona intenzionalmente irreperibile (nick-name: “ti-regalerò-una-rosa“) che negli ultimi tempi sta attingendo a piene mani al mio blog e mi sta sostanzialmente “plagiando”… Ora: va bene ispirarsi al blog di qualcun altro; va bene riportare concetti simili e anche immagini e video simili. Ma, ALMENO, sarebbe il caso di segnalare la cosa al proprietario del blog ispiratore (ossia a me), senza che farglielo scoprire linkando sul trackback… O no?

Ad essere sincera, quando, poco fa, ho scoperto questo blog, ho provato un senso di disagio: temevo che potesse essere il blog di qualche maniaco magari ossessionato da me… Non sono particolarmente egocentrica, ma – specialmente da quando pubblico libri – mi è già capitato di essere al centro di attenzioni “strane” da parte di sconosciuti anonimi o anche di conoscenti dotati di doppia faccia, che magari fanno “i duri” di persona e “gli innamorati anonimi” sotto copertura, o viceversa… In ogni caso, questa dualità fa sempre danni…

Poi invece, sfogliando le pagine a ritroso, mi sembra di aver capito che la destinataria di quel blog non sono io; semplicemente, questo/questa blogger si ispira a me per dare messaggi a qualcun altro, pur senza avere la certezza che tali messaggi giungano a destinazione…

Quindi chiedo gentilmente a questa persona di CITARE COSTANTEMENTE LA FONTE delle cose che scrive nel blog e, specialmente, di qualificarsi. Insomma: chiunque tu sia, scrivimi al mio indirizzo email e dimmi chi sei e smettila di copiarmi le idee!!! L’ambiguità non mi piace. Grazie.

Magritte1

Inserito da: giaele | 14 Giugno 2009

Ricorda chi eravamo…

Agli allievi della IIID, i miei Spartani ;-) , un grazie di cuore (non solo per i fiori, ma specialmente per quanto ho imparato anche da loro), con l’augurio che trovino la loro strada e la percorrano fino in fondo.

rosa bianca 2

rosa bianca 1

fiori blu

Inserito da: giaele | 13 Giugno 2009

Incantamenti vittoriani

Il gioco di sguardi tra Perseo e Andromeda, in parte diretto, in parte  riflesso nell’acqua, mi ha sempre emozionata.

The baleful head (1887) - Edward Burne-Jones

The baleful head (1887) - Edward Burne-Jones

Il tratto con cui sono raffigurati Merlino e Nimue è in grado di comunicare suggestioni toccanti.

The beguiling of Merlin (1874) - Edward Burne-Jones

The beguiling of Merlin (1874) - Edward Burne-Jones

 E che dire del viso di Proserpina, intrappolata nell’Ade?

Proserpine (1877) - Dante Gabriel Rossetti

Proserpine (1877) - Dante Gabriel Rossetti

Inserito da: giaele | 10 Giugno 2009

La belle dame sans merci

Copertina della nuova edizione (tradotta) del testo orginale di Alain Chartier - 1424

Copertina di una recente edizione (tradotta) del testo originale di Alain Chartier - 1424

La belle dame sans merci (Study) - John William Waterhouse - 1893

La belle dame sans merci (Study) - John William Waterhouse - 1893

La belle dame sans merci – John Keats (1819)

I

Ah, what can ail thee, wretched wight,
Alone and palely loitering?
The sedge is wither’d from the lake,
And no birds sing.

II

Ah, what can ail thee, wretched wight,
So haggard and so woe-begone?
The squirrel’s granary is full,
And the harvest’s done.

III

I see a lily on thy brow,
With anguish moist and fever dew;
And on thy cheek a fading rose
Fast withereth too.

IV

I met a lady in the meads,
Full beautiful – a faery’s child;
Her hair was long, her foot was light,
And her eyes were wild.

V

I set her on my pacing steed,
And nothing else saw all day long,
For sideways would she lean, and sing
A faery’s song.

VI

I made a garland for her head,
And bracelets too, and fragrant zone;
She look’d at me as she did love,
And made sweet moan.

VII

She found me roots of relish sweet,
And honey wild, and manna dew;
And sure in language strange she said -
‘I love thee true.’

VIII

She took me to her elfin grot,
And there she gazed, and sighed deep,
And there I shut her wild wild eyes
So kiss’d to sleep.

IX

And there we slumber’d on the moss,
And there I dream’d – Ah! woe betide!
The latest dream I ever dream’d
On the cold hill side.

X

I saw pale kings, and princes too,
Pale warriors, death-pale were they all;
They cried – ‘La Belle Dame sans Merci
Hath thee in thrall!’

XI

I saw their starved lips in the gloam,
With horrid warning gaped wide,
And I awoke, and found me here
On the cold hill side.

XII

And this is why I sojourn here,
Alone and palely loitering,
Though the sedge is wither’d from the lake,
And no birds sing.

Inserito da: giaele | 9 Giugno 2009

The Lady of Shalott

In questi giorni, non so perché, sono in vena di dedicare articoli ai Preraffaelliti e ai poeti del Romanticismo inglese…

Ecco il testo della poesia The Lady of Shalott di Alfred Tennyson (1843), cui resero omaggio molti pittori, tra cui William Holman Hunt, che realizzò un quadro enorme ed estremamente teatrale.

The Lady of Shalott (1892) - William Holman Hunt

The Lady of Shalott (1892) - William Holman Hunt

PART I

On either side the river lie
Long fields of barley and of rye,
That clothe the wold and meet the sky;
And thro’ the field the road runs by
To many-tower’d Camelot;
And up and down the people go,
Gazing where the lilies blow
Round an island there below,
The island of Shalott.

Willows whiten, aspens quiver,
Little breezes dusk and shiver
Thro’ the wave that runs for ever
By the island in the river
Flowing down to Camelot.
Four gray walls, and four gray towers,
Overlook a space of flowers,
And the silent isle imbowers
The Lady of Shalott.

By the margin, willow veil’d,
Slide the heavy barges trail’d
By slow horses; and unhail’d
The shallop flitteth silken-sail’d
Skimming down to Camelot:
But who hath seen her wave her hand?
Or at the casement seen her stand?
Or is she known in all the land,
The Lady of Shalott?

Only reapers, reaping early
In among the bearded barley,
Hear a song that echoes cheerly
From the river winding clearly,
Down to tower’d Camelot:
And by the moon the reaper weary,
Piling sheaves in uplands airy,
Listening, whispers ” ‘Tis the fairy
Lady of Shalott.”

PART II

There she weaves by night and day
A magic web with colours gay.
She has heard a whisper say,
A curse is on her if she stay
To look down to Camelot.
She knows not what the curse may be,
And so she weaveth steadily,
And little other care hath she,
The Lady of Shalott.

And moving thro’ a mirror clear
That hangs before her all the year,
Shadows of the world appear.
There she sees the highway near
Winding down to Camelot:
There the river eddy whirls,
And there the surly village-churls,
And the red cloaks of market girls,
Pass onward from Shalott.

Sometimes a troop of damsels glad,
An abbot on an ambling pad,
Sometimes a curly shepherd-lad,
Or long-hair’d page in crimson clad,
Goes by to tower’d Camelot;
And sometimes thro’ the mirror blue
The knights come riding two and two:
She hath no loyal knight and true,
The Lady of Shalott.

But in her web she still delights
To weave the mirror’s magic sights,
For often thro’ the silent nights
A funeral, with plumes and lights
And music, went to Camelot:
Or when the moon was overhead,
Came two young lovers lately wed:
“I am half sick of shadows,” said
The Lady of Shalott.

PART III

A bow-shot from her bower-eaves,
He rode between the barley-sheaves,
The sun came dazzling thro’ the leaves
And flamed upon the brazen greaves
Of bold Sir Lancelot.
A red-cross knight for ever kneel’d
To a lady in his shield,
That sparkled on the yellow field,
Beside remote Shalott.

The gemmy bridle glitter’d free,
Like to some branch of stars we see
Hung in the golden Galaxy.
The bridle bells rang merrily
As he rode down to Camelot:
And from his blazon’d baldric slung
A mighty silver bugle hung,
And as he rode his armour rung,
Beside remote Shalott.

All in the blue unclouded weather
Thick-jewell’d shone the saddle-leather
The helmet and the helmet-feather
Burn’d like one burning flame together,
As he rode down to Camelot.
As often thro’ the purple night,
Below the starry clusters bright,
Some bearded meteor, trailing light,
Moves over still Shalott.

His broad clear brow in sunlight glow’d;
On burnish’d hooves his war-horse trode;
From underneath his helmet flow’d
His coal-black curls as on he rode,
As he rode down to Camelot.
From the bank and from the river
He flash’d into the crystal mirror,
“Tirra lirra,” by the river
Sang Sir Lancelot.

She left the web, she left the loom,
She made three paces thro’ the room,
She saw the water-lily bloom,
She saw the helmet and the plume,
She look’d down to Camelot.
Out flew the web and floated wide;
The mirror crack’d from side to side;
“The curse is come upon me,” cried
The Lady of Shalott.

PART IV

In the stormy east-wind straining,
The pale yellow woods were waning,
The broad stream in his banks 
complaining
Heavily the low sky raining
Over tower’d Camelot;
Down she came and found a boat
Beneath a willow left afloat,
And round about the prow she wrote
‘The Lady of Shalott’.

And down the river’s dim expanse
Like some bold seer in a trance,
Seeing all his own mischance–
With a glassy countenance
Did she look to Camelot.
And at the closing of the day
She loosed the chain, and down she lay;
The broad stream bore her far away,
The Lady of Shalott.

Lying, robed in snowy white
That loosely flew to left and right–
The leaves upon her falling light–
Thro’ the noises of the night
She floated down to Camelot:
And as the boat-head wound along
The willowy hills and fields among,
They heard her singing her last song,
The Lady of Shalott.

Heard a carol, mournful, holy,
Chanted loudly, chanted lowly,
Till her blood was frozen slowly,
And her eyes were darken’d wholly,
Turn’d to tower’d Camelot.
For ere she reach’d upon the tide
The first house by the water-side,
Singing in her song she died,
The Lady of Shalott.

Under tower and balcony,
By garden-wall and gallery,
A gleaming shape she floated by,
Dead-pale between the houses high,
Silent into Camelot.
Out upon the wharfs they came,
Knight and burgher, lord and dame,
And round the prow they read her name,
The Lady of Shalott.

Who is this? and what is here?
And in the lighted palace near
Died the sound of royal cheer;
And they cross’d themselves for fear,
All the knights at Camelot:
But Lancelot mused a little space;
He said, “She has a lovely face;
God in his mercy lend her grace,
The Lady of Shalott.”

Inserito da: giaele | 8 Giugno 2009

Questo tuo grido farà come vento

  Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna.                        
  Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.                           
  Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.

    Dante, Paradiso, XVII, vv. 127-135

Il canto di Cacciaguida mi rincuora sempre nei momenti più critici…

Love and the pilgrim - Edward Burne-Jones

Love and the pilgrim - Edward Burne-Jones

Inserito da: giaele | 5 Giugno 2009

Ho visto cose…

Ieri sera trasmettevano in tv Blade Runner (1982), il cult-movie di Ridley Scott quando ancora era un “duro e puro” e non si perdeva in pellicole inutili e commerciali come Un’ottima annata (2006)… Ho fatto in tempo a vedere gli ultimi 10 minuti, quelli in cui il biondo replicante interpretato da Rutger Hauer pronuncia il suo famoso monologo prima di spegnersi, dopo aver risparmiato la vita a un attonito Harrison Ford.

I’ve seen things you people wouldn’t believe. Attack ships on fire off the shoulder of Orion. I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate. All those… moments will be lost… in time, like tears… in rain. Time to die.

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

Ieri sera hanno trasmesso in televisione The untouchables (Gli intoccabili), il celebre film del 1987 diretto da Brian De Palma e valorizzato dalla straordinaria colonna sonora di Ennio Morricone. In realtà avevo altro da fare e ieri non l’ho (ri)visto; ma lo conosco bene, anzi, conosco a memoria parecchie battute.

Questa pellicola consacrò Kevin Costner, lanciò Andy Garcia, ribadì il talento di Robert De Niro e valse a Sean Connery un meritatissimo Oscar come miglior attore non protagonista. Ma, al di là dell’indubbia qualità artistica di quest’opera, ciò che da sempre mi fa amare The untouchables è il messaggio di giustizia e speranza che la trama comunica, narrando la vicenda della squadra anti-crimine che, capeggiata dall’agente federale Eliot Ness, nella Chicago degli anni Trenta riuscì a trovare le prove per mettere con le spalle al muro Al Capone, facendolo condannare per evasione fiscale. Certo, incastrare un boss della mafia per una questione di tasse non pagate è un paradosso, forse un’ironia della sorte… Ma almeno lascia la speranza che la giustizia possa esistere anche in questo mondo.

Ecco, in un unico filmato, due scene: il confronto tra Costner e De Niro e la (catartica) sequenza dell’aula di tribunale.

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