Posted by: giaele | Luglio 18, 2008

How to save a life

L’altro giorno, in metrò, mentre ero sulla banchina ad aspettare il treno, non ho potuto fare a meno di notare che la canzone che trasmettevano non mi era nuova. Non ricordavo esattamente dove e quando l’avevo già sentita… Poi, improvvisamente, mi sono accorta che era lo stesso brano che, qualche mese fa, mi aveva colpita mentre guardavo in tv l’epilogo di una puntata di Cold case, un serial poliziesco che non ho il tempo di seguire con costanza ma che apprezzo molto. Allora ho cercato su YouTube e ho scovato esattamente quel frammento di telefilm, montato sulle note di How to save a life della band americana The Fray.

Eccolo:

Leggendo il testo della canzone e cercando altre informazioni, ho scoperto che il contenuto è ispirato a un’esperienza realmente vissuta dall’autore, che ha lavorato come educatore in un centro di recupero per ragazzi difficili. I versi della canzone descrivono il tentativo di un adulto di dare conforto a un adolescente disagiato, di indicargli la strada giusta anche sapendogli dire NO, nella consapevolezza che non esistono formule magiche per affrontare situazioni che coinvolgono dinamiche psicologiche così delicate.

Per me è stato inevitabile pensare al mio lavoro di insegnante, in particolare a una difficile decisione che ho preso in giugno, quando mi sono trovata di fronte a un bivio: fermare o promuovere un ragazzino di 13 anni intelligente ma poco strutturato, molto disimpegnato, violento verso gli altri e poco consapevole della gravità dei suoi comportamenti? Tuttavia, la storia personale di questo ragazzino è davvero tragica e commovente. Per questo non è stato facile per me fare una scelta. Alla fine ho deciso di perorare la causa della bocciatura e molti miei colleghi mi hanno seguita… Pertanto, è stato fermato. Tuttavia, per il prossimo anno mi sono proposta personalmente come tutor di questo ragazzo (che non sarà più in una della classi in cui insegno io), per affiancarlo nel suo percorso di maturazione senza abbandonarlo al suo destino.

Dedico questa canzone proprio a lui e a tutti i ragazzi come lui; ma la dedico anche agli adulti (insegnanti, educatori, ecc.) che devono compiere scelte difficili senza dimenticare la dimensione umana del loro compito ma anche senza farsi intenerire eccessivamente dalla compassione: l’indulgenza genera autoindulgenza e, a lungo andare, può essere molto diseducativa, perché impedisce la formazione di un io etico

COME SALVARE UNA VITA?

Step one you say we need to talk
He walks you say sit down it’s just a talk
He smiles politely back at you
You stare politely right on through
Some sort of window to your right
As he goes left and you stay right
Between the lines of fear and blame
You begin to wonder why you came

CHORUS:
Where did I go wrong, I lost a friend
Somewhere along in the bitterness
And I would have stayed up with you all night
Had I known how to save a life

Let him know that you know best
Cause after all you do know best
Try to slip past his defense
Without granting innocence
Lay down a list of what is wrong
The things you’ve told him all along
And pray to God he hears you
And pray to God he hears you

CHORUS

As he begins to raise his voice
You lower yours and grant him one last choice
Drive until you lose the road
Or break with the ones you’ve followed
He will do one of two things
He will admit to everything
Or he’ll say he’s just not the same
And you’ll begin to wonder why you came

CHORUS

Posted by: giaele | Luglio 15, 2008

I-MOOD & Weather-Pixie

Ho aggiunto alla barra laterale del blog due nuovi widget: I-MOOD & Weather-Pixie.

I-MOOD (http://www.imood.com) è un emoticon con descrizione incorporata: a seconda del proprio stato d’animo, il blogger può cambiare il suo i-mood.

Weather-Pixie (http://weatherpixie.com), invece, è la versione moderna di un segna-tempo: è un disegno che indica in tempo reale la condizione atmosferica della città del blogger, “somatizzandola” nell’abbigliamento del grazioso personaggio rappresentato.

Gadget inutili? Frivoli? Freddamente techno-emozionali? Può essere… Però sono simpatici, non occupano molto spazio e, in più, sono discreti e gradevoli a livello estetico. :-)

Posted by: giaele | Luglio 7, 2008

La fuente de la vida

…ossia, in spagnolo, The fountain (L’albero della vita) di Darren Aronofsky. Di questo film ho già parlato altrove nel blog, e quindi non intendo ripetermi. Però su YouTube ho scovato un servizio (tele)giornalistico meraviglioso sulle simbologie di questa pellicola. Eccolo (è in spagnolo):

Posted by: giaele | Luglio 6, 2008

Abre los ojos

Sull’onda dell’entusiasmo per il corso di spagnolo che sto seguendo, ho visto in lingua originale il film Abre los ojos (in italiano tradotto con Apri gli occhi), l’intensa pellicola diretta nel 1997 dall’allora giovanissimo regista di origine cilena Alejandro Amenábar, lo stesso autore di Los otros (The others), per intenderci.

In Spagna questo film ebbe un successo strepitoso, mentre in Italia (così come nel resto del mondo) ebbe maggior fortuna il remake, fatto a pochissimi anni di distanza da Tom Cruise: Vanilla Sky (2001).

Personalmente ho apprezzato l’opera di Amenábar molto più di quella di Cruise, e non soltanto per il taglio più sobriamente europeo, ma anche per una recitazione molto più convincente da parte degli attori principali. Infatti, se Penelope Cruz è presente in entrambi i film nella stessa parte, nella pellicola spagnola il protagonista maschile è il “muy guapo y intrigante” Eduardo Noriega, mentre nella versione americana Tom Cruise, per quanto belloccio, non mi convince del tutto.

La storia non la sintetizzo, perché è sostanzialmente impossibile raccontarla. Mi limito a dire che il confine tra il sogno e la realtà è estremamente labile, i punti di vista spesso slittano, s’intrecciano e si confondono, e anche le frontiere della realtà virtuale sono metafore messe al servizio della riflessione sul senso della vita.

Insomma: un film da vedere, magari dopo aver sfogliato un libro d’arte di Magritte… ;-)

Posted by: giaele | Luglio 1, 2008

James Newton Howard’s soundtracks

Tra i compositori di colonne sonore, James Newton Howard è uno dei miei preferiti, insieme a Clint Mansell (spesso collaboratore del regista Darren Aronofsky; pensiamo a Requiem for a dream e The fountain) e Howard Shore (senza il quale l’epica maestosità di The lord of the rings non sarebbe la stessa, nonostante la grandiosa regia di Peter Jackson).

Anche James Newton Howard è “abbonato” ai film di un regista particolare: M. Night Shyamalan. Io amo le colonne sonore di The sixth sense, Unbreakable, Signs, The village, Lady in the water, The happening; ma penso che con Signs e Lady in the water il musicista abbia superato se stesso.

Ecco un file di YouTube che propone una efficace ed emozionante sintesi dei motivi principali di questi sei film:

 

VOI QUALE PREFERITE ? 

 

…ossia, la saggia raccomandazione che Gandalf indirizza a Frodo in uno dei passaggi più intensi de Il signore degli anelli.

Perché questa frase mi è venuta in mente proprio ora? Perché ieri sera trasmettevano La compagnia dell’anello, il primo capitolo della trilogia; anche se conosco quasi a memoria la sceneggiatura del film (al punto che a volte mi capita di mescolare le parole originali di Tolkien con quelle di Peter Jackson & soci…), non ho cambiato canale, anzi: ho seguito con la consueta trepidazione la scena delle miniere di Moria e la caduta di Gandalf negli abissi, trascinato dal “colpo di coda” del Balrog.

Ecco il memorabile dialogo tra Gandalf e Frodo, inquietato dalla fugace apparizione di Gollum:

 

Gandalf: [parlando di Gollum] Lui odia e ama l’anello, proprio come odia e ama se stesso. Non si libererà mai del bisogno di averlo.

Frodo: Che peccato che Bilbo non l’abbia ucciso quando poteva!

Gandalf: Peccato? È stata la pena che gli ha fermato la mano. Molti di quelli che vivono meritano la morte, e molti di quelli che muoiono meritano la vita. Tu sei in grado di valutare, Frodo? Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi. Anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti. Il mio cuore mi dice che Gollum ha ancora una parte da recitare, nel bene o nel male, prima che la storia finisca. La pietà di Bilbo può decidere il destino di molti.

Frodo: Vorrei che l’anello non fosse mai venuto da me. Vorrei che non fosse accaduto nulla.

Gandalf: Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, ma non spetta a loro decidere. Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso. Ci sono altre forze che agiscono in questo mondo, Frodo, a parte la volontà del Male. Bilbo era destinato a trovare l’anello, nel qual caso anche tu eri destinato ad averlo. E questo è un pensiero incoraggiante.

 

Lo scorso anno scolastico, nel preparare una lezione su Tolkien, avevo rielaborato in modo inusuale l’immagine della porta di Moria. La scritta che ho aggiunto è, in caratteri occidentali, la frase che, in lingua elfica, campeggia sullo stipite. Letteralmente significa: dite amici ed entrate.

 

Posted by: giaele | Giugno 13, 2008

Recensione di “The happening - E venne il giorno”

E venne il giorno è uno dei film più inquietanti che io abbia mai visto. E’ uscito ieri e io, da fan di Shyamalan, mi sono precipitata al cinema. Nonostante, a causa delle innegabili scene di violenza, sia vietato ai minori di 14 anni, non si può definirlo un film dell’orrore. Non nel senso tradizionale, almeno. Ciò che davvero trasmette paura è la presenza di una minaccia impalpabile, ignota, incontenibile. Non concordo con alcune pessime recensioni che ho letto in giro (alcune scritte ancor prima di vedere il film! per la serie: i pregiudizi hanno gettato la faccia alla vergogna!), che tendono a ridicolizzare il messaggio della pellicola.

Rispetto alle altre opere di Shyamalan, non è presente il colpo di scena che ormai sembrava diventato un marchio di fabbrica per il regista di origine indiana. Qui a prevalere è il confronto dell’uomo con la natura, con un universo di cui noi conosciamo ancora poco, con le domande irrisolte cui la razionalità della scienza non basta a rispondere. Molto meno didascalico ed esplicitamente fideistico rispetto a Signs o Lady in the water, questo film incarna il conflitto tra finito e infinito, tra materia ed energia, tra logica ed emozionalità. La lettura palesemente ecologica e ambientalista, infatti, è soltanto una delle tante, e di certo la più superficiale.

Il messaggio universale che si legge è un’interpretazione dell’Apocalisse in chiave autodistruttiva: è l’uomo che, perseverando nella sua arrogante presunzione di essere padrone della Terra, non si accorge invece che noi siamo soltanto un filo della ragnatela che compone il Creato. Tutte le cose sono in equilibrio tra di loro: non arriverà la nemesi divina a distruggere l’umanità corrotta; è l’uomo stesso che, andando contro natura (bella la simbologia dei “morituri” che camminano a ritroso), arriverà a ledere fatalmente se stesso, autodistruggendosi. Non potrà dare la responsabilità a un Dio vendicativo: sarà lui stesso, ironicamente, l’artefice della propria rovina. Che cosa è più contro natura che togliersi la vita?

La nota di vera inquietudine del film (magistralmente sottolineato dalla colonna sonora di James Newton Howard) è data dalla mancanza di logica con cui questa mania suicida contagia le persone. Questo nemico invisibile “spara nel mucchio”: non è pensabile che i puri di cuore vengano risparmiati mentre gli altri colpiti (fra l’altro, sarebbe un’idea presuntuosamente manichea). In questo senso, la minaccia ricorda Signs. Tuttavia, mentre lì era la fede a illuminare la capacità di “vedere” del protagonista, qui non c’è un momento veramente risolutivo: il grande gesto di amore dei coniugi verso la fine del film, quando, noncuranti di poter morire, escono dai loro rifugi per incontrarsi a metà strada in mezzo al bosco, completamente vulnerabili, non ha niente di cosmico, di titanico; non sancisce un momento di rivelazione divina. No: semplicemente, COINCIDE con la fine della minaccia, ma non la implica né la provoca. In ogni caso, si tratta sempre di una forma di salvezza; forse non quella del supereroe che ha nella sue mani la sorte del mondo, ma quella intimista e crepuscolare di una coppia che riprende a comunicare dopo essersi confrontata con un evento tragico e ineluttabile, dopo essersi trovata sul ciglio del burrone ed essere sopravvissuta.

Non entro nei dettagli delle singole scene del film, tra cui spicca quella di Mrs. Jones, un’anziana isolata nel suo tetro villino in mezzo al bosco, un incrocio tra le streghe delle fiabe, la versione femminile di Anthony Perkins di Psycho e l’autoinflitta estraniazione della comunità di The village. Quello che è importante dire, comunque, è che Shyamalan ha realizzato un film piuttosto disorientato e molto autoreferenziale, caratteristica che è in parte un pregio e in parte un limite; ma, al di là dei giudizi di valore, mi preme sottolineare alcune cose:

- Tema della foresta e ribaltamento dei punti di vista: agli alberi l’uomo deve l’ossigeno e la vita, ma essi possono diventare una minaccia; l’uomo, infatti, dal punto di vista della Terra, è un batterio, un virus, un ospite che, allargatosi troppo, diventa sgradito… E qui mi viene in mente non soltanto Il sesto senso ma anche The others (quest’ultimo, non di Shyamalan, ma di Amenábar), con il ribaltamento dei punti di vista: chi è estraneo a chi?

- Alma: conoscendo l’inventiva metaforica di Shyamalan, non penso sia casuale chiamare la protagonista femminile del film con un nome che in latino significa “colei che nutre e dà la vita” e in spagnolo “anima”… Tra l’altro, l’anima è sempre stata legata al vento (in greco la somiglianza etimologica è evidente), detto anche aura, che significa sia brezza sia energia sprigionata dalle persone (nel film somatizzata dall’anello dell’umore, che cambia colore in base alle emozioni).

- Psicologia di massa: i film di Shyamalan sono sempre, in modo più o meno sottile, un’apologia del diverso, ossia di chi, per scelta o per destino, si stacca dal coro. Ebbene: al di là della tossina più o meno presente nelle piante e trasportata dal vento, che cosa spinge molti (ma non tutti) a togliersi la vita? Forse un fenomeno definibile come “effetto nocebo”, il contrario del placebo. Suggestione di massa, incapacità di andare controcorrente: farsi del male, perdere il contatto con la propria “Alma”, anima.

- Eco bibliche: al di là dell’Apocalisse, della superbia punita (l’uomo scacciato dal giardino del Paradiso Terrestre; l’altezzosa Torre di Babele che genera incomunicabilità, ecc.) e dell’esodo (da Philadelphia), le morti di massa ricordano l’ultima delle piaghe d’Egitto, quella in cui perdono la vita i primogeniti a causa dell’angelo della morte che colpisce chi non ha bagnato la porta con il sangue di agnello.

Insomma: gli spunti sono tanti, tantissimi. La mia valutazione è sicuramente positiva, anche se non entusiastica; d’altronde, un film che si configura come un “memento mori” lungo un’ora e mezza non può che lasciarci l’amaro in bocca. Tuttavia, definirei E venne il giorno come un ammonimento all’uomo a inchinarsi di fronte al mistero del Cosmo e a essere umile in senso etimologico: umanità e umiltà hanno la stessa radice, humus, terra. La sostanza è la stessa. Non dimentichiamocelo mai e proponiamoci al mondo come un terreno fertile che accoglie la vita in tutte le sue forme.

Posted by: giaele | Giugno 3, 2008

Ponti per la conoscenza

Gli insegnanti ideali sono quelli che si offrono come ponti verso la conoscenza e invitano i loro studenti a servirsi di loro per compiere la traversata. Poi, a traversata compiuta, si ritirano soddisfatti incoraggiandoli a fabbricarsi da soli ponti nuovi.

                                  Nikos Kazantzakis

 

Posted by: giaele | Maggio 24, 2008

LIM - Lavagna Interattiva Multimediale

Finalmente ho trovato il tempo (e l’ispirazione) per completare la mia pagina di presentazione. Se cliccate sul link “Giaele” (appena sotto il banner del blog: http://giaele.wordpress.com/giaele/), potete trovare qualche notizia su di me. Nel mio habitat naturale mi sento a mio agio… ;-)

A proposito: ecco due foto inerenti uno strumento didattico molto utile, la LIM (Lavagna Interattiva Multimediale). In Italia usare la LIM significa essere all’avanguardia; ma nel mondo è già abbastanza diffusa, anche se l’acrostico ovviamente è diverso e comunemente viene chiamata Interactive Whiteboard

 

In sostanza, si tratta di una superficie grande quanto una lavagna tradizionale e, come tale, appesa alla parete dell’aula: è connessa sia a un computer sia a un video-proiettore, che proietta il desktop del computer sulla LIM. Un apposito software installato sul computer consente di “scrivere” con penne virtuali sulla superficie della lavagna, nonché di interagire con vari programmi (da quelli tradizionali del pacchetto Office a Internet, Google-Earth, ecc.) e di salvare quanto elaborato in un file composto da varie slide o, addirittura, in un filmato in cui viene ripercorso esattamente lo svolgimento della lezione.

L’uso intelligente della LIM permette di rendere il processo di apprendimento accattivante e specialmente operativo, interattivo, pluridisciplinare e coinvolgente, consentendo di conservare in archivio il prodotto delle lezioni. Non si tratta però di una bacchetta magica: l’insegnante deve avere le idee chiare sugli obiettivi didattici; ma, come strumento di lavoro, di motivazione e di aggregazione, la LIM può essere davvero molto utile. :-)

LIM

Posted by: giaele | Maggio 9, 2008

The happening - E venne il giorno

Cinque settimane ci separano dall’uscita nelle sale, venerdì 13 giugno, del nuovo film di Michael Night Shyamalan. I trailer che circolano in rete suggeriscono che quest’opera è densa di inconfondibili rimandi allo stile cinematografico del regista (da Il sesto senso a Signs, da Unbreakable a The village) e lasciano intendere una trama ricca di suspense psicologica tanto più inquietante quanto più basata su elementi impalpabili.

Io apprezzo tutta la produzione di Shyamalan, la sua straordinaria intensità allegorica, la sua capacità di rimescolare le carte e ribaltare il punto di vista iniziale; sono letteralmente avvinta dal messaggio di coraggio e speranza che permea film come Signs e Il sesto senso; sono intenerita dalla malinconica ironia e dalla dolce ingenuità del sottovalutato Lady in the water. Il mio preferito in assoluto è Signs, per la filigrana sottesa all’opera, ingiustamente liquidata dai più come un malriuscito film di fantascienza, mentre invece si tratta di una parabola illuminata sull’intuizione e sulla fede. Il colpo di scena finale dà i brividi: la mano del fato entra nella storia corale e intima dell’uomo, accendendone la mente di consapevolezza e rendendolo protagonista attivo della salvezza e non mero destinatario passivo.

Che dire? Mi auguro che con The happening (titolo felicemente reso in italiano come E venne il giorno, espressione che evoca atmosfere bibliche - dalle piaghe d’Egitto alle profezie dell’Apocalisse - e che riecheggia, parafrasandola, la celebre locuzione manzoniana con cui Fra’ Cristoforo apostrofa Don Rodrigo…) Shyamalan superi se stesso e ci regali un’altra emozione indimenticabile che faccia risuonare i labirinti più profondi della nostra anima, aprendo spiragli sul senso della vita e sullo scopo di ogni uomo.

 

The happening

Posted by: giaele | Maggio 7, 2008

The cloud appreciation society

La foto panoramica che compare sotto il titolo del blog l’ho personalmente scattata ad Hammerfest - Norvegia (luglio 2006): ritrae il sole di mezzanotte. Tempo fa l’avevo spedita al sito web The cloud appreciation society. Ebbene: è stata selezionata e inserita nella galleria fotografica, che raccoglie foto di nuvole spettacolari! :-)

Ecco il link:

http://cloudappreciationsociety.org/gallery/index.php?showimage=3951

 

Posted by: giaele | Aprile 29, 2008

Da “Il giovane Holden”, J. D. Salinger

Ciò che distingue l’uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l’uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa.

 

Forget me not

Posted by: giaele | Aprile 20, 2008

La Kitsch Kommedia con la K

Ho sempre amato le contaminazioni tra le varie forme espressive: arte, letteratura, teatro, cinema, musica, ecc., al punto che apprezzo la trasposizione cinematografica di alcune opere famose (es.: Il signore degli anelli).

Tuttavia, nonostante l’entusiasmo che - forse abilmente pilotato dai mass-media… - incornicia il musical teatrale La divina commedia, io mi trovo a dover esprimere parecchie perplessità. Per la verità non ho assistito allo spettacolo, e probabilmente non andrò al Palasharp a vedere questo cosiddetto “primo Kolossal teatrale”. Ma mi è bastato navigare in rete, saltellando tra il sito ufficiale e YouTube, per rendermi conto di quanto la definizione di “Kolossal” sia appropriata. Pensate che io stia alludendo ai film in grande stile in voga negli anni ‘50 e ‘60? Macché! Non concordo sulla definizione di ”Colossal” (che va scritto con la “C”), ma sulla “K“!! La fiera del Kitsch, ossia, italianamente, del cattivo gusto.

Personalmente apprezzo i tentativi di rendere più popolare il capolavoro di Dante. Benigni è stato un GRANDE, e anche le letture più auliche e compite di Sermonti e altri hanno avuto comunque il merito di rispolverare questa magnifica opera che non smette mai di comunicarci un messaggio IMMORTALE ed ETERNO. La Commedia è un classico. E quindi va bene spiegarla alla gente comune, farne emergere la vitalità inesauribile, decretarne il ruolo di pozzo di valori insopprimibili e attuali nel Trecento così come oggi. Ma per divulgarla non c’è bisogno di banalizzarla!!! Se la si spiega con passione, anche i ragazzini di 12 anni ne colgono la grandezza senza difficoltà!

Lo scempio che è stato fatto dei versi danteschi, ridotti a brandelli, trasformati in scampoli di pseudo-cultura, è davvero triste. Ma la cosa peggiore è la scelta dei costumi e dei contesti: Caronte, che Dante definisce dimonio per evocarne la spietatezza e non certo per farci sapere che è un parente di Satana, viene reso in scena plastificato e dotato di una maschera grottesca da diavolone-bue con tanto di corna bianche e occhi rossi a palla. Sarebbero questi gli occhi di bragia che hanno impressionato generazioni di studenti? La brace è una metafora per indicare che lo sguardo del traghettatore infernale “lancia fiamme” ai dannati. Questi occhioni da caricatura d’ipertiroideo, invece, farebbero ridere anche il meno “sgamato” dei preadolescenti!

E poi: Ulisse, anziché essere ridotto a sola voce che esce dalla fiamma che ha preso il posto delle sue sembianze umane, al punto che Dante percepisce appena le sue parole tra lo sfrigolio del fuoco, in questo Kolossal con la K esce dalla fiamma indossando l’armatura! Per non parlare del Conte Ugolino, un ossigenatissimo hippy-capellone tutto lordo di salsa-di-pomodor… oooops!, volevo dire di “sangue”… Comicità involontaria, come in uno di quei filmetti horror anni ‘70 che non fanno più paura neanche a un lattante.

Passi pure l’eccentrico Virgilio in versione Morpheus di Matrix (il Dante in versione D’Artagnan, invece, non convince per niente, così come la Beatrice troppo poco eterea e troppo poco benignamente d’umiltà vestuta…), ma anche il brano di Paolo e Francesca, di per sé più morigerato di tanti altri e dotato di un certo appeal, è terribilmente banale se confrontato con la sommessa sobrietà e intensità lirica del modello originale.

Le musiche in sé (almeno, quelle che ho sentito dal web) non sarebbero male… Un po’ troppo strombazzate, forse; ma tutto sommato accettabili. Tuttavia, la commistione tra queste e i versi danteschi storpiati con intenti demagogici, il tutto condito da concessioni al Kitsch più risibile (un festino di freaK e drag-queen, con demonietti rossi in latex sado-maso), ha davvero un effetto di cattivo gusto: anziché un omaggio al Sommo Poeta, questo spettacolo a me sembra una baracconata che tradisce l’intento dell’opera, per trasformare la Divina Commedia in una Kitsch Kommedia con la K.

Forse sarebbe stato meglio prevedere semplicemente una lettura di alcuni passi significativi dell’opera accompagnandoli con la proiezione di immagini evocative e musica adeguata al contesto. Ma senza cantare, senza ballare, senza “recitare”, senza travestirsi. Il rispetto, prima di tutto.

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