Inserito da: giaele | 5 Febbraio 2009

Darwin… metafisico

Stamattina sono stata con i miei alunni al Piccolo Teatro a vedere lo spettacolo Darwin… tra le nuvole (http://www.piccoloteatro.org/spettacolo_sch.php?AcRec=679&stepdx=Sxpet), dedicato al bicentenario della nascita di Charles Darwin. Davvero interessante, divertente, istruttivo, formativo. La sceneggiatura è di pregio, così come la commistione di recitazione dal vivo e disegni che si susseguono sullo sfondo: non a caso uno degli ideatori di quest’opera è un esperto fumettista. Bravi i cinque giovani attori, tutti ampiamente sotto i trent’anni: simpatici e (auto)ironici al punto giusto. Sobria ma estremamente efficace e incisiva la regia.

Il messaggio che di questo spettacolo mi piace cogliere non è soltanto un omaggio al grande naturalista inglese, ma anche il concetto di fratellanza nella diversità. In sostanza, se si legge in maniera corretta la teoria dell’evoluzione (inizialmente definita trasmutazione), si capisce che non soltanto l’uomo deriva dalla scimmia, ma addirittura le varie specie sono imparentate le une con le altre. Un inno alla solidarietà, a riconoscersi come parte integrante della Terra e della Natura. Il che implica rispetto, comprensione, umiltà.

Tuttavia, i contemporanei di Darwin hanno strumentalizzato le sue pacifiche teorie, ponendo l’attenzione sulla selezione naturale e sul “diritto” – arrogatosi da alcuni – di poter sottomettere, convertire o addirittura annientare gli individui che, a un’osservazione superficiale e arbitraria, erano ritenuti inferiori.

L’evoluzionismo divenne quindi la (fraintesa) base teorica del colonialismo e, insieme al superomismo di Nietzsche, del totalitarismo e di tutte quelle ideologie che, basate sulla persecuzione dei “diversi”, ammorbarono il Novecento e che nessun becero negazionista potrà mai cancellare dalla nostra memoria.

Leggendo un articolo scritto dal professor Giulio Giorello, il quale ha prestato la sua profonda competenza epistemologica alla realizzazione della sceneggiatura dello spettacolo, rimango però un po’ perplessa. Concordo sul valore della diversità come ricchezza, sulla curiosità su cui la scienza si deve basare, sul desiderio umano di superare i propri limiti, sull’errore di utilizzare presunte certezze (pseudo)religiose per giustificare violenza, razzismo, prevaricazione. Amo il metodo scientifico, che si fonda non su assiomi ma su continue domande. Tuttavia, non mi piace ciò che Giorello insinua, ossia, in sostanza, che la scienza elimina la metafisica dalla nostra realtà.

Mi si perdoni la schiettezza, ma io francamente sono STUFA di quei filosofi e di quegli scienziati che, se da un lato si appellano alla ragione come antidoto all’umbratile oscurantismo (di stampo clericale ma non solo) che ottenebra la mente umana e rende la gente schiava delle superstizioni, dall’altro sono però i primi a decretare che non può esistere nulla al di fuori di ciò che si “tocca con mano” e si verifica empiricamente.

Pur essendo un’umanista, fin da piccola ho sempre avuto una mentalità per così dire scientifica: non mi sono mai accontentata delle convenzioni, ho sempre provato ad andare a fondo, a cercare le cause degli eventi o, almeno, le connessioni, i collegamenti, le analogie, i parallelismi. L’uomo è un essere fallibile e, come ci insegna la storia, molte delle cose di cui è andato fiero per secoli sono state poi superate e sostituite da altre scoperte e altre convinzioni: ma è PROPRIO per questo che non ci dobbiamo illudere che la razionalità umana sia oggi completamente sviluppata o utilizzata nella sua massima potenzialità! Quindi, perché farne arbitro indiscusso della percezione della realtà?

Inoltre, non è soltanto la capacità di analisi e di ragionamento logico e deduttivo che caratterizza il cervello umano: la capacità di sintesi, di intuizione e di creazione sono ugualmente importanti e determinanti. Se non c’è integrazione tra le facoltà dei due emisferi cerebrali, ossia, tra la cultura scientifica e la cultura umanistica, tra la ragione e l’ispirazione, tra la matematica e l’arte, tra la fisica e la metafisica, la visione dell’uomo sarà sempre parziale.

Negare categoricamente la possibilità (badate bene: dico possibilità, NON certezza inconfutabile) che esista qualcosa di superiore, qualcosa che trascende la nostra visione attuale e che risponde a leggi che ancora non siamo riusciti a decifrare, significa essere presuntuosi, arroganti e soprattutto tronfiamente IGNORANTI. Ignoranti lo siamo eccome, e tutti: ma se ne siamo umilmente consapevoli per continuare a cercare, questo è un bene. Se invece pensiamo che l’unico codice con cui la realtà si esprime sia quello che anche noi già padroneggiamo, beh, commettiamo un errore grossolano che non onora la nostra intelligenza. Erano i Sofisti a sentenziare che l’uomo è la misura di tutte le cose: per fortuna, arrivò presto Socrate a metterne in discussione, con ironia, i boriosi sproloqui…

E’ la capacità di porsi domande e di non adagiarsi su fatue certezze che fa onore all’uomo: anche l’epistemologia stessa dovrebbe evitare di assumere atteggiamenti dogmatici di rifiuto verso ciò che sfugge alle categorie della nostra mente che in parte è ancora cieca. I Greci chiamavano hybris l’eccessiva confidenza nella propria razionalità. Come ben ci racconta Sofocle, l’intelligentissimo Edipo confida troppo nella sua logica razionale e finisce per esserne tradito, cadendo nella trappola che la vita gli tende e di cui si accorge troppo tardi. E’ proprio per questo che alla fine si acceca, ironico contrappasso per un uomo che, superbo, credeva di vedere, di capire tutto.

L’uomo deve quindi continuare a cercare, a porsi domande; ed è proprio per questo che non può ignorare la componente metafisica della vita e non deve smettere di provare meraviglia e timore reverenziale di fronte al mistero del trascendente. Deve essere pronto ad accogliere (pur con cautela e senza fanatismo) o almeno a rispettare una prospettiva diversa da quella puramente materiale. Fede e ragione non si escludono: l’una può dare all’altra ulteriore senso e pregnanza, manifestandosi per vie a volte chiare, altre volte imperscrutabili.

A tutti coloro che si credono i reucci del loro piccolo mondo iperstrutturato, consiglierei di accostarsi a qualche aspetto della tradizione filosofica orientale, ma specialmente di leggersi l’occidentalissimo romanzo Flatlandia, dove Quadrato, che non conosce altre dimensioni se non le due cui è abituato nel suo piatto mondo bi-dimensionale, rimane sconvolto da Sfera, che lo inizia alla terza dimensione, permettendogli di cambiare prospettiva. Peccato che, quando questo “Quadrato illuminato” annuncerà alle altre figure geometriche piane l’esistenza di una terza dimensione, verrà preso per pazzo visionario e allontanato dalla comunità… Questa lettura, ne sono certa, farebbe bene sia ai dogmatici (pseudo)religiosi, sia ai dogmatici (pseudo)scienziati/filosofi. A patto, però, che ne affrontino la lettura, per una volta, con la dovuta umiltà… ;-)

magritte-pyrenees


Lascia un commento

La tua risposta:

Categorie