Inserito da: giaele | 28 Giugno 2009

Dubbi e certezze

Gli antichi chiamavano κρίσις la capacità degli esseri umani di discutere e di discernere, usando il proprio spirito critico; servirsi di εἰρωνεία, specialmente in senso socratico, significava porsi domande ed evitare di tranciare sentenze irrispettose della sensibilità altrui. Oggi questi termini (crisi e ironia) hanno cambiato significato nel lessico comune; ma nella loro essenza resta l’eco della cultura classica in cui sono nati.

Terenzio diceva: Homo sum, humani nihil a me alienum puto, ribadendo che sopra ogni altra cosa sta il rispetto dell’umanità insita in ogni persona.  Sofocle faceva combattere la giovane Antigone in nome delle leggi non scritte: i valori universali di amore e devozione che rendono l’uomo degno di questo nome.

In sostanza, di fronte alla complessità dell’animo umano e delle sofferenze altrui, il modo più equilibrato di porsi è il dubbio. Un dubbio pieno di carità e lontano dal grossolano  giustizialismo moralistico assuefatto al potere intollerante e al cieco integralismo in nome del quale gli uomini commettono le atrocità peggiori, impugnando come alibi la religione e la strumentale interpretazione della (presunta) volontà di Dio.

Negli ultimi giorni mi sono trovata a riflettere (nelle parole e nei fatti) su una questione che coinvolgeva un’altra persona (peraltro molto giovane), con i suoi errori e la sua fragilità ma anche con la sua intelligenza, il suo orgoglio e il suo disperato bisogno di comunicare – in modo indiretto e paradossale – il proprio disagio. Spero di essere riuscita a far riflettere anche altre persone (pienamente adulte) sulla necessità, di fronte a certi drammi e a certe problematiche, di cercare una dialettica rispettosa della dignità altrui, di mettere in discussione le proprie granitiche certezze, spesso basate non su prove realistiche ma su (pre)giudizi sommari. Il che non significa giustificare tutto o non essere rigorosi; anzi. Ma significa, pur nel rispetto delle regole, imparare a mettersi nei panni degli altri e assumere un altro punto di vista. Specialmente quando si lavora nel campo dell’insegnamento e dell’educazione.

Come cambia il punto di vista: planisfero visto dagli Australiani

Come cambia il punto di vista: planisfero visto dagli Australiani

Dopo questo episodio, ho capito che era arrivato il momento giusto di vedere un film che al cinema mi ero persa e che non avevo ancora avuto la predisposizione mentale (oltre, ovviamente, al tempo) di vedere.

Questo film è Il dubbio.

L’ho visto. Un capolavoro. Non credete a chi vi dice che, quando il film finisce, si resta con il dubbio che il protagonista sia o meno un prete pedofilo. Piuttosto, leggete questa recensione scritta da Roberto Escobar per Il Sole 24 ore l’8 febbraio 2009.

Nell’ultimo bel film di Shanley si racconta la storia di padre Flynn, coinvolto negli anni ‘60 in una storia di pedofilia. Vera o presunta?

È o non è colpevole, padre Brendan Flynn (Philip Seymour Hoffman)? Questa è, o sembra, la domanda che dà senso a Il dubbio (Doubt, Usa, 2008, 104′). Sorella Aloysius Beauvier (Meryl Streep), preside della scuola di St. Nicholas, nel Bronx, sospetta che il prete abbia abusato di Donald Miller (Joseph Foster). Donald è il solo allievo afroamericano. Forse per questo, per proteggerlo, padre Brendan gli dimostra affetto. O forse ha altre mire.

Girato e scritto da John Patrick Shanley, il film è ambientato nel 1964. Da un anno è stato ucciso John Kennedy, e da due è iniziato il Concilio Vaticano II. Padre Brendan è un prete conciliare, mentre Sorella Aloysius è rigidamente conservatrice. Lo è anche per l’uso della penna biro al posto della stilografica. Con la biro – dice alla giovane e dolce sorella James (Amy Adams) – i ragazzi premono sul foglio, e scrivono male. Di questo passo, commenta, che fine farà la calligrafia? La preside della scuola di St. Nicholas è convinta che il mondo debba restare quel che è, in conformità con un Bene immutabile. A questa certezza dedica tutta se stessa, senza alcuna simpatia per quel che è umano, e dunque imperfetto. Poco importa se questo la induce ad allontanarsi per un tratto di strada da Dio (cioè, a far del male). Quando l’intenzione è retta, spiega a sorella James, lo si fa per suo conto (noi diremmo: nel ruolo di adiutores Dei).

Nient’affatto rigido è invece il suo antagonista. Se lei nasconde lo zucchero nel periodo di quaresima, e poi fatica a rimetterlo in tavola, padre Brendan ne riempie la propria tazza di tè. Sono goloso, le dice. E in queste parole c’è la convinzione che la vita sia più importante di qualunque severità moralistica e punitiva. Non ha certezze, il prete, o almeno non le ostenta. Al contrario, ritiene che perderle, le certezze, apra alla relazione con gli altri. Proprio questo – così dice all’inizio del film, in un’omelia che subito mette in sospetto sorella Aloysius – è accaduto a tutti noi, subito dopo l’assassinio di Kennedy. Disorientati, ci siamo riversati per le strade, e là ci siamo ritrovati gli uni accanto agli altri. Alla fine il dubbio, anche quello relativo alla fede, aiuta a ritrovarsi, appunto. Quanto all’allontanamento da Dio per conto di Dio, certo padre Brendan lo considererebbe non un ritrovarsi, ma un perdersi.

È un film pieno di intelligenza, questo di Shanley. Splendidamente scritto e splendidamente recitato, si dà allo spettatore non come l’enunciazione di una verità, per quanto densa di sfumature, ma come un percorso attraverso psicologie, sensibilità, contraddizioni. Fra la consapevole apertura di padre Brendan e l’altrettanto consapevole chiusura di sorella Aloysius, c’è l’entusiasmo immediato di Sorella James, indifesa quanto basta per farsi influenzare dalla superiora, ma anche pronta a credere con generosità umana alle giustificazioni del prete. A lei, certo non a caso, nei titoli di coda è dedicato Il dubbio. [...] La vita è più complessa, e più tragica, di ogni nostra certezza. A proposito delle nostre certezze, verso la fine del film c’è anche quella che padre Brendan lo sia, colpevole. La pervicacia della suora sembra averlo costretto a confessare, almeno implicitamente. Ha telefonato a una suora di un’altra parrocchia, da cui il prete è stato allontanato, e quella ha confermato. Così sorella Aloysius dice e così noi crediamo sia accaduto. Al prete non resta che firmare una lettera di dimissioni. E a noi non resta che dar retta alla sua accusatrice, senz’ombra di dubbio. D’altra parte, quando tutto s’è compiuto, lei confessa che la telefonata era una bugia: un modo di servire Dio allontanandosi da Dio. Certo, qualcosa ha fatto padre Brendan nel suo passato. Ma che cosa ha davvero fatto? Questa è la domanda, il dubbio più importante del film di Shanley: il dubbio che ora esplode nel cuore della preside della scuola di St. Paul, e che per la prima volta vince la sua rigidità. Piange, la coadiutrice di Dio, e forse inizia a ritrovarsi.


Risposte

  1. Abbiamo parlato del film in andalusia, io l’ho visto in inverno appena uscito e non ricordo tutti i dettagli ma quello che mi é rimasto é il fatto che il film inizia con un sermone sul dubbio e finisce con l’ammissione della superiora di vivere nel dubbio.
    Per me la chiave del film è proprio questa. Con il sermone d’inizio Padre Brendan ha prodotto una crepa nell’esistenza perfetta ma rigida della superiora, un’esistenza spesa a fare di tutto per non sentire di essere in quel dubbio che confessa alla fine. Anche se ha raggiunto l’obiettivo di allontanare padre Brendan la crepa rimane e sorella Aloysius alla fine é disperata. Sorella Aloysius non poteva semplicemente stare con chi ha fatto crollare la certezza (di non avere dubbi) difesa con la rigidità e la chiusura che aveva creato per esistere. Non é importante la materialità del dubbio (che alla fine non viene svelato dalla suora), né l’accusa di pedofilia, e questa mancanza di materialità indice di un processo e non di un contenuto é l’aspetto più interessante del film e la bravura del regista.
    Proprio questa macanza di materialità dovrebbe farci riflettere sul perchè quasi sempre chi é portatore di realtà (padre Brendan prova a spiegare, si difende ma poi non ha altra scelta che andare via) viene escluso in nome del “non importa cosa” purchè ci garantisca le nostre convizioni, spesso fatte di pregiudizi.
    Montesquieu scriveva sul pregiudizio “mi considererei il più fortunato dei mortali se potessi guarire l’uomo dai suoi pregiudizi, giacchè io considero pregiudizio non ignorare certe cose ma ignorare se stessi”
    E’ un film che fa riflettere e il mondo attuale ne avrebbe un gran bisogno! Con amarezza devo ricordare che il film é rimasto poco più di una settimana e solo in qualche sala (almeno in provincia)

  2. Ciao Ornella! Grazie mille per il tuo bellissimo commento! :-)
    Sì, anche secondo me il senso del film è quello che dici tu: imparare a mettere in discussione i pregiudizi che spesso ci impediscono di accogliere gli altri e anche di conoscere noi stessi. Il discorso sulla pedofilia (di cui comunque secondo me il prete non si è macchiato) non c’entra niente: è solo un argomento spinoso che viene preso come pretesto dalla suora, che si è messa in testa di distruggere il prete progressista, costi quel che costi.
    Devi sapere una cosa: dato che quasi tutti i miei amici mi avevano detto che il film era incentrato sul dubbio irrisolto che il prete fosse pedofilo o meno, lasciando lo spettatore nell’equivocità, io non ero andata al cinema a vederlo, perché non volevo imbattermi nell’ennesimo film ambiguo. Invece, quando in Andalucia tu, e, in parte, anche il “buon José” ;-) , mi avete suggerito un’altra chiave interpretativa, è sorto in me l’interesse di vederlo; finalmente la settimana scorsa sono riuscita a noleggiarlo!
    A presto,
    Giaele

  3. Il dubbio è un bel film, ma mi è sembrato un po’ lento. Grande l’interpretazione della Streep.
    Complimenti per il tuo Blog, è veramente fatto bene ed interessante.

  4. Grazie, Mario! :-)


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