Pochi giorni fa ho visto Adjustment Bureau (in italiano, I guardiani del destino). Sarà che sono andata al cinema senza grandi pretese, il film non mi è dispiaciuto. Certo, non è un capolavoro né un campione di originalità (d’altronde, dopo Matrix o Truman Show, ogni discorso cinematografico sulla dialettica tra destino e libero arbitrio non è una novità…); però è una pellicola piuttosto coinvolgente e, a modo suo, dotata di ritmo e icasticità. Peccato per il finale, prevedibile e molto didascalico (così come altre allusioni fin troppo esplicite nel corso della pellicola). Comunque, l’alchimia tra i protagonisti è palpabile e da un certo punto in poi non si può fare a meno di fare il tifo per loro. Forse il film, liberamente ispirato a un racconto di Philip Dick, avrebbe acquisito maggior spessore se Dio, anziché come un “padre-padrone”, anziché come un demiurgo che gioca con gli esseri umani come fossero burattini (salvo poi accordare loro la libertà, dopo averne messo a dura prova la tempra), fosse stato rappresentanto come un… “grande enigmista”, disseminando l’esperienza umana di indizi da decifrare e di filigrane da leggere tra le righe e interpretare, senza ridurla a una specie di lotta tra “Giacobbe e l’Angelo” in chiave fantascientifica… Ne sarebbe uscita meglio l’intelligenza dell’essere umano, e non soltanto la sua volontà e la sua ostinazione (pur mossa da valori nobili come l’amore). Comunque, nel complesso un film riuscito e avvincente.



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